Per il senso di responsabilità verso i nostri bambini.
Commento alla serata di proiezione del film “The Voice of Hind Rajab” per la rassegna cinematografica “Cinema e Psiche: voci nel vuoto, fra solitudine e impotenza”, ottobre 2025, Cesena.
Bambino
Armato e disarmato in una foto
Senza felicità
Sfogliato e impaginato in questa vita sola
Che non ti guarirà
(...)
Milioni
Sono i bambini stanchi e soli
In una notte di macchine
Milioni
Tirano bombe a mano ai loro cuori
Ma senza piangere
(“Bambini”, Paola Turci, 1989)
Più di venti anni fa, nel 2003, la casa editrice del periodico indipendente forlivese “Una Città” pubblicò il libro "La storia dell'altro. Israeliani e palestinesi", a cura del Peace Research Institute in the Middle East. Si tratta di un manuale scritto da dodici insegnanti delle scuole superiori, sei israeliani e sei palestinesi, che ripercorre la storia dei due popoli attraverso alcuni momenti fondamentali: la dichiarazione Balfour (1917), la guerra del 1948 e la prima Intifada (1987). Le due storie scorrono in pagine parallele al cui centro, nella versione originale, era lasciato uno spazio bianco affinché altri insegnanti e allievi potessero appuntare le proprie osservazioni. La motivazione di questo straordinario progetto nasceva dal fatto che “gli studenti che imparano la storia nelle scuole, in tempo di guerra e di ostilità, ne conoscono alla fine dei conti soltanto una versione - la loro, ovviamente ritenuta come quella che sta dalla parte del giusto. Spesso prevale nell’insegnamento la volontà di indottrinare e di legittimare una sola delle parti del conflitto, mettendo in cattiva luce le posizioni dell’altra. (...) Noi crediamo invece che sia necessario cominciare ad istruire i docenti in modo che possano diventare promotori di pace, consentendo ai loro allievi di conoscere il racconto degli eventi storici contemporaneamente da due punti di vista” (p.9).
Gli psicoanalisti non si sorprendono che in guerra siano attivati meccanismi di difesa primitivi, come dissociazione, scissione, diniego, e fenomeni di polarizzazione nei grandi gruppi che ricadono a cascata sulle identificazioni comunitarie che avvengono in adolescenza (Volkan, 2014).
Poco dopo l’invasione russa dell’Ucraina, con un gruppo di psicoanalisti ci siamo attivati per sostenere a distanza uno spazio di pensiero e di elaborazione per i colleghi psicoterapeuti ucraini che, essi stessi sottoposti al trauma, dovevano gestire la sofferenza di bambini e adolescenti. In quell’occasione ho citato un seminario di Luis Martin Cabrè, sul saggio di Sandor Ferenczi “Confusione di lingue tra gli adulti e il bambino. Il linguaggio della tenerezza e il linguaggio della passione” (1932) in cui il collega spagnolo ha enfatizzato che ciò che è traumatico per il bambino non è solo l’atto sessuale ma il vedere l’adulto perdere il controllo sui propri istinti sessuali (comunicazione ai seminari clinici al Centro Psicoanalitico di Bologna, 2017).
Declinando questa riflessione sulla realtà della guerra, mi sono chiesta: come si sentono i bambini di fronte ad adulti che non sanno controllare i propri istinti distruttivi? In quale modo e quanto sono influenzati dal linguaggio di odio e vendetta dei tempi di guerra? Ho ipotizzato che probabilmente svilupperanno quella “memoria di risentimento” (Kancyper, 1991) che previene il cambiamento.
Ne parlano anche diversi scrittori, tra cui la giornalista Cecilia Sala nel suo ultimo saggio “I figli dell’odio” (2025) in cui nella sezione sulla radicalizzazione di Israele ricorda l’incontro con alcune ragazzine ebree che innalzavano uno striscione contro i matrimoni misti, e riporta il monito di un altro testimone di questa guerra: “adesso non laviamo il sangue dei bambini israeliani con il sangue dei bambini palestinesi” (p.27).
Già Franco Fornari aveva indicato che la guerra riguarda innanzitutto i bambini e il nostro futuro: “Al di là delle giustificazioni razionali coscienti che ne vengono date, le funzioni della guerra sono funzioni distruttive (Bouthoul, Le Guerre, Longanesi, Milano, 1961). Gli elementi tecnici, demografici ed economici delle guerre, se ricondotti ai fantasmi inconsci, rivelano significati inquietanti. Il fattore demografico delle guerre, per cui la guerra per superpopolazione sarebbe un infanticidio dilazionato (Bouthoul), viene ricondotto dalla psicoanalisi al desiderio dei padri di uccidere i figli: situazione che si rovescia nel complesso di Edipo nel desiderio dei figli di uccidere i padri. La guerra sposterebbe sul nemico tali tendenze distruttive” (Fornari, 1964, p.96).
La nostra azione diventa importante per aiutare la comunità a leggere queste dinamiche, a non cedere all’oblio, all’odio e alla polarizzazione, che attraverso meccanismi psichici di negazione e scissione nei grandi gruppi cementificano il conflitto e logorano le energie che servono per poterlo risolvere, come scrive Simone Weil: “la guerra cancella ogni idea di scopo, persino l’idea degli scopi della guerra. Essa cancella anche il pensiero di porre fine alla guerra. L’eventualità di una situazione così violenta è inconcepibile fintanto che non vi ci si trova coinvolti; e quando ci si trova coinvolti porvi fine è inconcepibile. Così non facciamo nulla per uscirne, non possiamo smettere di imbracciare e usare le armi in presenza di un nemico armato; la mente dovrebbe predisporsi a trovare una via d’uscita, ma ne ha smarrito ogni capacità. E’ interamente occupata a farsi violenza. Che si tratti di schiavitù o di guerra, le sventure intollerabili, sempre presenti tra gli uomini, durano a causa del loro stesso peso e così dall’esterno sembrano facili da portare; durano perchè sottraggono le risorse necessarie per uscirne” (Weil, 1943, p.66-67).
Neutralità non è sinonimo di indifferenza o ignavia e non può diventare la giustificazione per omettere la nostra responsabilità civica - come cittadini del mondo- ed etica - come clinici. Tra gli esempi più celebri possiamo ricordare il saggio di Hanna Segal "Silence is the Real Crime" (1987) presentato al Congresso IPA di Amburgo nel 1985 quando si formò il gruppo International Psychoanalysts Against Nuclear Weapons (IPANW). Altri momenti in cui usciamo dalla neutralità sono quei necessari interventi di confronto con la realtà con i pazienti che raccontano situazioni di rischio per la propria o altrui salute.
La nostra associazione psicoanalitica internazionale (IPA) ha ufficializzato recentemente tra i propri compiti anche l’interesse alle questioni sociali, riconoscendo che la relazione tra la psicoanalisi e la comunità è da lungo tempo sostenuta dal lavoro che gli psicoanalisti svolgono sul campo: con il trauma della popolazione e il trauma secondario degli operatori sanitari, in interventi di promozione della salute mentale, dei processi di pace e dei diritti umani, anche come rappresentanti alle Nazioni Unite.
All’ultima settimana della Pace (2024) organizzata annualmente dall’Ufficio ONU a Ginevra, l’attivista palestinese Abu Ali Awaad ha incoraggiato a pensare al conflitto in Medio Oriente oltre la descrizione di “vittima unilaterale” e ha ricordato lo shock di quando, da bambino, per la prima volta vide un uomo isrealiano piangere: “Non sapevo avessero lacrime”. Abu Ali Awaad afferma che la pace non inizia con la fiducia verso la popolazione dell’altro, ma con un senso di responsabilità verso i nostri bambini “per rompere il ciclo del trauma intergenerazionale”.
Riferimenti web
Su spiweb: The Voice of Hind Rajab. Recensione di V. Marchesin e M. Montemurro https://www.spiweb.it/cultura-e-societa/cinema/recensioni-cinema/the-voice-of-hind-rajab-recensione-di-v-martesin-e-m-montemurro/
Riferimenti bibliografici
Ferenczi S. (1932) Confusione di lingue tra gli adulti e il bambino, p. 91-100, vol. IV, Opere, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1992.
Fornari, F. (1964) La psicoanalisi della guerra: riduzione all'Inconscio del fenomeno guerra e responsabilità individuali della guerra. Rivista di Psicoanalisi 10:209-289
Fornari, F. (1966) Psicoanalisi della guerra. Milano, Feltrinelli.
Peace Research Institute in the Middle East (2003) La storia dell'altro. Israeliani e palestinesi. Ed. Una Città, Forlì.
Kancyper L. (1991). Il risentimento e il rimorso. Milano, Franco Angeli, 2003.
Ravaioli, L. (2022) Advocating Psychoanalysis at the UN. in Elton,V., Leuzinger-Bohleber, M., Schlesinger-Kipp, G., Pender,V. (2022) Trauma, Flight and Migration. Psychoanalytic Perspectives. Routledge.
Ravaioli, L. (2024) Psychoanalytical Humanitarian approach: developments of psychoanalytic interventions in the community. Working Group Parallel Panel. EPF Conference, Florence, 2024.
Sala, C. (2025) I figli dell’odio. La radicalizzazione di Israele, la distruzione della Palestina, l’umiliazione dell’Iran. Milano, Mondadori.
Segal, H. (1987) Silence is the Real Crime. International Review of Psychoanalysis 14: 3-12.
Volkan, V.D (2014) Psychoanalysis, International Relations and Diplomacy. Karnac Books.
Weil, S. (1943) L’Iliade o il poema della forza. Asterios Editore 2012