Il Centro Adriatico di Psicoanalisi ha sempre mostrato una grande attenzione e un grande interesse per il cinema come testimoniano la rassegna cinematografica organizzata a Cesena dalla dottoressa Mirella Montemurro che ha riscosso un grande successo, ed un’altra rassegna, a cura del gruppo “cinema e psicoanalisi” del Centro, si svolgerà a Rimini.  

Il critico Ricciotto Canudo nel 1911 definisce il cinema “La settima arte” perché in essa si fondono narrazione, movimento e immagine, combinando in sé elementi delle altre arti tradizionali. E proprio a Rimini ha luogo ogni anno la festa "La Settima Arte – Cinema e Industria", un progetto di Confindustria Romagna che esplora il legame tra l'industria cinematografica e le sue professioni. 

Nella mattina di sabato 4 ottobre 2025, anche grazie alla disponibilità ed al lavoro del segretario scientifico e di tutto l’esecutivo, si è realizzato il progetto del gruppo “Libri e cultura” del CAP di mettere a confronto tre autori che hanno trattato in modo originale il rapporto fra cinema e psicoanalisi.

La cineteca di Rimini ha ospitato l’evento, aperto anche al pubblico, permettendo di guardare -nella giusta sede- filmati originali e scene di film ad accompagnare le presentazioni dei testi scelti.

Dopo i saluti e i ringraziamenti della Presidente Gabriella Vandi e l’introduzione della giornata e dei relatori di Elena Lipari, la mattinata entra nel vivo con il generoso contributo di Massimo De Mari che descrive la relazione ricca e complessa tra cinema e psicoanalisi fin dagli esordi, quasi contemporanei, e sottolinea il rapporto tra cinema ed emozione che ne è base e filo conduttore: un rapporto di tipo transizionale come quello che ritroviamo nei miti, nei simboli onirici, nelle creazioni poetiche.

Giuseppe Riefolo presenta poi il suo libro: ”Al cinema con il mio paziente. Venti film e una canzone nella stanza di analisi”  (Alpes, 2024)

In accordo con la recensione di Paolo Boccara possiamo dire che per Riefolo il cinema, come il sogno, non è un racconto da ‘decifrare’ ma un dispositivo che gli consente di conoscere e riconoscere parti di sé magari rimaste momentaneamente fuori anche dalla stanza di analisiSensazioni, pensieri, immagini che magari non vivrebbero in quel determinato momento senza la mediazione di quei film, di quelle figure, di quei personaggi, di quel racconto e che, a loro volta, diventano occasioni per ulteriori processi di pensiero, ritornando poi dal paziente nella stanza di analisi.

Se si utilizzano le emozioni suscitate dalla visione dei film per ampliare la conoscenza dello spettatore circa la molteplicità dei personaggi che popolano il suo inconscio, anche lo psicoanalista autore del libro diventa l’analizzando dei registi del film, mettendo in gioco le proprie storie ed emozioni.

Flavia Salierno propone il suo testo: “Il cinema sul lettino. Associazioni libere di una psicoanalista tra cinema e psiche.” (AUGH 2024) in modo vivace, ricco di immagini ed evocazioni.

Nel libro percorre un itinerario del tutto personale e originale, sotteso da alcuni concetti cardine ben conosciuti dagli psicoanalisti, che possono sembrare risaputi, ma che di fatto non lo sono per tante persone che amano il cinema e sanno poco o nulla di psicoanalisi. Sono concetti che Salierno ha acquisito e elaborato profondamente, rendendoli accessibili e comprensibili a tutti, con l’umiltà di una psicoanalista che, senza “la pretesa di essere un’esperta o una critica”, si sente una “semplice spettatrice che si lascia meravigliare dalla visione di una pellicola e si lascia emozionare senza intellettualizzare, e senza cercare nessi di logicità, che sarebbero solo un’attribuzione invadente”.

Abbiamo bisogno dell’arte per esprimere la complessità delle nostre emozioni, e il cinema, da quando esiste, le mette in scena trasformandole in temi universali, in una memoria collettiva senza tempo.

Il testo di Giuseppe Martini: “L’inconscio filmico – Il cinema tra psicoanalisi ed ermeneutica” (Jaca Book 2024) si sviluppa attorno a un’idea centrale: il cinema non si limita a raccontare storie, ma opera anche a un livello più profondo della nostra mente, instaurando un dialogo con l’inconscio di noi spettatori.

Sottolinea il parallelo non solo tra rappresentazioni cinematografiche e rappresentazioni inconsce ma anche quello fra le identificazioni immaginarie che il cinema induce nello spettatore quelle che avvengono nel processo analitico.
Per Martini ‘inconscio filmico’ descrive “una dimensione emozionale che si genera a partire dalla fusione di orizzonti e dall’ intersezione tra opera filmica e spettatore”.  In questo contatto si genera una sorta  di ‘terzo interpersonale’ – utilizzando il linguaggio di Ogden -; così che accanto all’emergere di contenuti manifesti e latenti, già presenti in qualche modo sia in se stesso che nel film, si può generare un ampliamento dell’inconscio stesso. Non una ‘psicoanalisi dellarte’, ma semmai (come la definisce Martini stesso, richiamandosi a Di Benedetto) “una psicoanalisi dallarte”.

Purtroppo, per la ricchezza e la densità dei contributi non è rimasto molto tempo per accogliere domande e commenti del pubblico presente.

Centrale, in tutte le relazioni l’opportunità trasformativa dell’opera cinematografica in grado di attivare diverse e multiformi dinamiche nella mente dello spettatore, e quindi la possibilità di avvicinarsi all’irrapresentabile.

Elena Lipari

 

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