Psicologia del silenzio 

Cari colleghi,
è con un certo piacere che vi presento oggi un piccolo tesoro che ho ritrovato tra le carte di mio nonno: uno scritto del 1897, dal titolo La Psicologia del Silenzio, firmato da un autore oggi poco noto ai più, ma che credo valga la pena di riscoprire: Scipio Sighele. 

Sighele fu un personaggio poliedrico: giurista, sociologo, criminologo, attivo nella vita politica e intellettuale del suo tempo. Nato a Brescia nel 1868, si laureò a Roma e fu inizialmente influenzato da Lombroso, per poi elaborare una propria visione più psicologica e meno deterministica del comportamento umano, in particolare delle masse.

La sua opera più famosa è La folla delinquente, pubblicata nel 1891. Ma oggi non parliamo della folla criminale, bensì del silenzio — o meglio, della sua psicologia.

Fu considerato uno studioso pioniere della psicologia collettiva. Militante del movimento nazionalista e irredentista. Operò nel Trentino subendo dall’autorità austriaca due processi, poi subì un’espulsione.

Ma forse è proprio nel contesto in cui questo scritto nasce che possiamo cogliere la sua risonanza più profonda.

Siamo nel 1897. L’Europa vive il crepuscolo di un secolo che ha creduto nel progresso, nella ragione, nella scienza positivista. Ma proprio mentre le grandi narrazioni cominciano a incrinarsi, qualcosa si muove sotto la superficie. Il sapere ufficiale inizia a mostrare le sue crepe: la follia non è più soltanto un oggetto della psichiatria, l’infanzia non è più solo un’età biologica, e l’uomo non è più solo razionalità.

Nel cuore della Mitteleuropa, in un piccolo studio di Berggasse 19, un giovane medico viennese – Sigmund Freud – comincia proprio in quell’anno, il 1897, la sua autoanalisi. Ha già scritto con Breuer gli Studi sull’isteria (1895) e ha da poco coniato il termine “psicoanalisi”. Ma è in quel periodo che inizierà a indagare i sogni, la sessualità infantile, la rimozione. Il suo mondo, ancora ancorato alla neurologia, sta per dischiudersi a qualcosa di nuovo e perturbante: l’inconscio come struttura psichica.

E intanto, a centinaia di chilometri di distanza, Scipio Sighele tiene una conferenza in cui riflette sul silenzio. Non come vuoto, ma come linguaggio muto dell’anima. Come spazio espressivo, come tensione psichica, come attesa. È difficile non vedere in questo gesto intellettuale una sorta di consonanza — forse inconsapevole o forse no— con lo spirito del tempo. Quel tempo che stava per cambiare radicalmente la comprensione dell’umano.

E d’altronde, Sighele non era uno scienziato astratto. Era un uomo del confine. Cittadino del Trentino asburgico, ma italiano nel cuore e nell’ideale, viveva in una terra di frizione: linguistica, politica, culturale. L’irredentismo non era solo un’ideologia, ma una tensione interna: un’identità plurale, sospesa tra appartenenze, che non poteva non lasciare tracce nella sua riflessione.

Ecco, forse è proprio da questa posizione liminale — tra due mondi, tra scienza e spirito, tra ordine e disordine — che nasce la sua attenzione al silenzio. Un silenzio che, come l’irredentista, non ha ancora parola ufficiale, ma già pulsa di senso. Un silenzio che chiede di essere interpretato, come un sogno.

E allora, cosa stava realmente facendo Sighele nel 1897, se non intuire l’energia psichica del non-detto? Non definiva ancora le strutture della mente, non parlava di rimozione o pulsione, ma mostrava — con chiarezza e delicatezza — che c’è qualcosa che ci agisce anche quando tacciamo. E che, nel tacere collettivo, si manifesta una forza inconscia, condivisa, archetipica.

Non è un caso, forse, che nella psicoanalisi — da Freud a Ferenczi, da Bion a Lacan — il silenzio sia sempre stato un campo enigmatico. Può essere resistenza, può essere trauma, può essere spazio di elaborazione. Può essere, come diceva Bion, contenitore del non ancora pensato.

Leggere oggi Sighele, in questa chiave, significa forse riconoscere, casualmente con il ritrovamento di questo scritto, una voce laterale. Uno che non ha dato forma al modello clinico, ma che ha saputo ascoltare l’eco profonda del nostro mestiere: il lavorare con l’assenza, con l’intervallo, con il vuoto pieno di senso. 

Torniamo al nostro Scritto:

In questa conferenza tenuta a Rovereto nel 1897, Sighele affronta un paradosso suggestivo: parlare del silenzio, cercare di descrivere ciò che per natura sfugge alla parola. Il silenzio, scrive, “non è solo assenza di voce, ma una forma profonda di comunicazione, più autentica delle parole stesse, spesso vuote o ingannevoli”. «La parola è d’argento», cita, «ma il silenzio è d’oro».

Egli lo considera un linguaggio sacro, spirituale, simbolico, simile alla musica o all’architettura: non si impone, non si traduce, ma si interpreta. 

E se volessimo traslare questa visione sul nostro terreno psicoanalitico, potremmo dire che il silenzio — come l’inconscio — non si esprime, ma agisce. E spesso lo fa con più forza di qualunque enunciato.

Sighele si addentra poi nelle forme comuni del silenzio: quello della timidezza, dell’imbarazzo, dell’insicurezza; il silenzio prudente, quello vile, quello meditativo; e persino quello vuoto, dell’ignoranza.

Ma tra tutti, due silenzi lo colpiscono per la loro intensità psicologica universale:

il silenzio del dolore e il silenzio dell’amore

Il primo è quello che accompagna le esperienze del lutto, della perdita, delle grandi sofferenze dell’anima. È un silenzio che non solo rispettiamo, ma che spesso ci plasma, ci eleva, e che resta inciso nella memoria come un’impronta. Un silenzio che già, qualche anno prima che Freud scriva Lutto e malinconia (1915), sembra contenere in sé il lavoro psichico dell’assenza, della separazione, della trasformazione dell’amato perduto in traccia interiore. 

Il secondo è il silenzio dell’amore vero, che non ha bisogno di parole. Le parole, dice Sighele, sono spesso banali, ripetitive. Ma tacere insieme, condividere un silenzio, è segno di una comunione più profonda: «Non ci conosciamo ancora, perché non abbiamo ancora osato tacere insieme», scrive un poeta da lui citato.

Impossibile non pensare, qui, al concetto di reverie proposto da Bion, dove la mente dell’analista — come quella della madre — si fa spazio ricettivo, capace di accogliere senza giudicare, di pensare per l’altro ciò che l’altro ancora non sa di sentire.

Un silenzio, dunque, che può contenere e trasformare l’indicibile in esperienza pensabile. 

Ed è proprio in questo tacere insieme che due anime, dice Sighele, si comprendono e si rivelano. 

Ma è nel passaggio finale che l’autore si spinge verso un terreno ancor più attuale: il silenzio collettivo

Egli distingue tre forme di silenzio della folla:

  1. Il silenzio dell’attenzione — quello che precede un evento atteso, come l’alzarsi del sipario, l’inizio di un discorso, un salto acrobatico. È il silenzio teso dell’attesa, della concentrazione.
  2. Il silenzio della commozione — raro, ma potentissimo. Racconta di un momento vissuto da studente, quando un professore, con voce rotta, annunciò il suo ritiro. La commozione fu tale che nessuno applaudì. Solo un lungo, sacro silenzio riempì l’aula: il linguaggio muto dell’emozione condivisa.
  3. Il silenzio della venerazione, esemplificato da un episodio storico: l’arrivo di Garibaldi a Napoli nel 1860. Una folla in delirio che, alla sua semplice richiesta di riposo, si fece immobile e muta. Sighele parla di un vero miracolo psicologico: un’intera folla zittita non dalla paura, ma dal rispetto.
  4. E infine, come culmine del suo discorso, Sighele introduce l’ultima e più inquietante delle forme collettive: il silenzio della minaccia.

È il silenzio cupo e carico di tensione che precede lo scoppio di una rivolta, di una tragedia. Un silenzio che pesa come una condanna e che può farsi sentire più delle grida. Porta come esempio “Germinal”, il romanzo di Émile Zola, dove dopo uno sciopero operaio e una brutale strage, cala un silenzio collettivo: non rassegnazione, ma minaccia latente.

E il popolo di Parigi al ritorno di Luigi Quattordicesimo, dopo il tentativo di fuga  da Varennes: al suo rientro viene accolto da “nessun applauso, nessun grido, solo un silenzio glaciale” che segna la fine simbolica della monarchia. 

È qui che Sighele chiude la sua conferenza, con una frase che, oggi più che mai, suona potente: 

«Il silenzio dei popoli è la lezione dei re.» 

E, con autoironia, aggiunge:

«Il silenzio del pubblico è la lezione dei conferenzieri.»

 

Ritrovare questo testo oggi, in un tempo in cui il rumore sovrasta tutto — anche il pensiero — è stato per me un piccolo richiamo all’ascolto di ciò che non viene detto.

Mi chiedo se Sighele non sia stato, almeno in parte, anticipatore di una sensibilità psicoanalitica verso il non-detto, il pre-verbale, l’oscuro lavoro del silenzio dentro e tra di noi.

Vi ringrazio per aver ascoltato…

Franco Gazzoletti


 

La psicologia del silenzio (Scipio Sighele) - 28 Maggio 2025 - Riflessione confronto dibattito (a cura di Francesca Selloni)

Introdurre questa serata e il collega Franco Gazzoletti mi ha posto in un ‘luogo’ da cui poter leggere, rileggere e pensare un tema particolarmente amato... “Il silenzio”.

Franco si offre a noi, stasera, come custode di questo testo antico, favorendone la sua riemersione dal passato, con tutto il fascino la cura e la bellezza che il tempo non ha contaminato. La lettura ‘silenziosa’ del testo apre spiragli per ascoltare “aliti vitali” dal e del passato...

Le sue prime parole: -”Se il ritornare nella vostra ridente città- cui mi legano tanti vincoli di parentela e d’amicizia – è stato sempre per me un vivo piacere, - il ritornarvi oggi, in questa sala per parlare dinanzi a voi, è – più che un piacere – una causa di commozione sincera e profonda.”

...siamo in un elegante, colto e denso fine ‘800, che ci pone in silenziosa attesa, con sacralità, al cospetto dell’accademia degli agiati.

Poche le mie battute per dar parola subito a Franco e portarci nel suo desiderio di parlarci e mostrarci questo testo... quali pensieri e desideri sottostanti... perché lo hai scelto... le associazioni ed i pensieri che apre sono molteplici è importante partire da Franco!

L’idea di un luogo che dal passato ci parla è squisitamente psicoanalitico, ancor più l’idea che dal silenzio di quel luogo si possano ascoltare, narrare e condividere storie...

Grazie Franco!

Il testo, con la sua cifra arcaica ed attualissima, ci parla di vari tipi di silenzio. Colpiscono il silenzio del dolore, il silenzio dell’amore che sono elementi che ritroviamo come indiscutibili capisaldi nelle nostre stanze d’analisi ma anche ed ancor più nelle nostre personali storie di vita: ...le labbra si chiudono per lasciare che l’anima parli...

Sono molti i momenti d’analisi in cui il silenzio del paziente si alterna al silenzio dell’analista, con significati di volta in volta unici ed universali, che ci impegnano nella ricerca condivisa di un senso che appare e scompare tra luci e ombre, tra suoni e parole, tra mente e corpo e anima, tra silenzi e attese...

Bion ci parlava della capacità negativa, come quella condizione in cui si dovrebbe cercare di rimanere nell’incertezza, evitando di saturare e bloccare ciò che sta evolvendo in analisi... la capacità di ascoltare nel silenzio, tollerare le nebbie...

Leggendo il testo sono stata avvolta da moltissime emozioni associazioni, in alternanza, un flusso intenso. Mi ha fatto pensare ad una serie Netflix: The Residence. Un’originale investigatrice deve indagare su un omicidio alla Casa Bianca in cui tutti sono sospettati.

La sua tecnica di indurre gli indagati a parlare e ‘confessare’ di volta in volta è proprio il silenzio... un’attesa paziente come noi nella stanza d’analisi...

 

Il Silenzio come materia sonora

Mi ha fatto pensare a John Cage, che negli anni ’50 ha scritto un brano: 4’ 33’’... in 3 movimenti, il musicista non deve suonare nulla, per dar senso ai suoni ambientali... cosa c’è davvero nel silenzio? E’ un brano adatto a tutti gli strumenti musicali, così come il silenzio può esserlo, capace di dare risalto a ciò che altrimenti non trova voce. Una particolarità è che il tempo di durata richiama il punto di congelamento assoluto per la materia (-273,15° C)... sono davvero raggiungibili?

Il suo amico il pittore Robert Rauschenberg, trasponeva il silenzio nelle tele bianche che cambiano ‘senso’ con il cambiamento delle luci ambientali... i diversi tipi di silenzio.

Parlando di silenzi in musica potremmo ricordare Nini ROSSO e le sue suggestive assonanze sonore utilizzate partendo dalle partiture utilizzate nei silenzi fuori ordinanza negli ambienti militari.

Nella storia militare la storia de IL SILENZIO d’ordinanza, suonato in segno di massimo rispetto, è una musica che commuove e rilassa sono tre note “sol-do-mi” suonate da una tromba che tocca con struggimento le corde della nostalgia del buio, della notte, della morte.

La storia è del 1862, durante la guerra civile americana il capitano dell’esercito dei nordisti Ellicombe in Virginia combatteva contro l’esercito sudista. Durante una notte il capitano sentì i lamenti di un soldato ferito, senza sapere che divisa indossasse decise di andare in suo aiuto, lo raggiunse e lo trascinò nel suo accampamento. Giunto tra le prime linee scoprì che la divisa del soldato era dell’altro plotone e che il giovane era già morto. Il capitano accese la lanterna per vederne il viso e scoprì con sgomento che era suo figlio...

Il ragazzo studiava musica e senza dir nulla al padre si era arruolato con i sudisti... Il capitano chiese di poter fare un funerale con tutti gli onori militari, con la banda per dar degno saluto al figlio, ma non gli fu concesso, gli fu concesso un solo musicista... scelse un trombettiere per poter suonare le poche note trovate nella divisa del giovane figlio morto...

 

Ma come la musica classica, la musica sperimentale ci parlano e ci portano nel silenzio... il lutto, dove ci porta?

Il silenzio massimo è il lutto, lì anche la mente inconscia smette di provare a farsi sentire; in chi resta però resta il lutto, l’angoscia di morte e del dolore a volte si chiudono le porte alle emozioni congelate, sembra non resti nulla...

Una mia paziente, colpita da un intenso lutto, dopo pochi mesi in un viaggio, improvvisamente e potentemente è stata sconvolta dal silenzio del deserto... totale, assoluto, pervasivo... era intollerabile quel silenzio tutt’attorno... spesso soffocato ‘azzitito’ con il caos, con l’alcol, con i rumori...

Il silenzio massimo è nel sonno in cui tutto tace e finalmente... l’inconscio crea immagini e parla con noi nei sogni...

Il silenzio massimo è stato questo testo rimasto nascosto per tutti questi anni.

A proposito di sonno un ricordo da bambina in cui alcune volte venivo lasciata a dormire dai nonni e non riuscivo a dormire; la TV restava accesa e il silenzio era anche la sigla della fine delle trasmissioni Rai TV, indicava il termine delle trasmissioni per cui non sarebbe stato più possibile ascoltare o vedere i programmi. Oggi il silenzio che valore ha? Siamo capaci di ‘attendere’, di stare nel silenzio dell’attesa? Di affrontare il silenzio e la solitudine con noi stessi? Quali spazi può avere ora nella nostra vita?

“Taci.
Sulle soglie del bosco
non odo parole che dici umane;
ma odo parole più nuove
che parlano
gocciole e foglie lontane.
Ascolta. Piove...”
La piogga nel pineto
G. D’annunzio

 

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