PREMESSA
E’ una domenica come tante e mi sono messo d’accordo con Paolo, un socio del club in cui sono iscritto, per giocare un’oretta a tennis alle 11 di mattina.
Preparo la borsa e saluto mia moglie, che rivedrò a pranzo per una di quelle giornate di relax ormai limitate al fine settimana in questo periodo di lavoro intenso e faticoso.
Arrivo al club sorridente, entro, saluto le persone che conosco, raggiungo il mio armadietto, lo apro e in quel momento…succede.
La mia mente subisce una specie di corto circuito, mediato dagli odori e dalle voci dello spogliatoio, invasa dal ricordo di innumerevoli partite giocate, vinte e perse.
La prospettiva di giocare la prossima contro un giocatore contro cui ho perso più volte mi trasforma, mi eccita, deforma una serena mattina domenicale in un inferno in cui la lotta per la vittoria diventa la lotta per la vita, lo sport del diavolo è di nuovo entrato in me.
VESTIZIONE
Ne ho uccisi tanti sotto rete. Illusi.
Venivano avanti trotterellando, provocandomi con un dritto appena un po’ più forte e angolato e speravano che io ci cascassi.
Li ho infilati come tordi e loro sono rimasti secchi, senza un lamento, a guardare la pallina che si depositava sul fondo mentre io me la ridevo…pagliacci, provateci ancora se avete coraggio, pensavo.
Ad un occhio distratto il tennis può sembrare uno sport come tanti, in cui ci vogliono un talento di base, un’ottima preparazione fisica fatta di forza, elasticità e riflessi e naturalmente una completa acquisizione della tecnica del gioco.
Come molti giochi con palle e palline le regole del tennis sono apparentemente semplici: aiutandosi con una racchetta costituita da un manico di legno o altro materiale e da un piatto di corde di varia natura (budello o materiale sintetico) teso a formare una superficie elastica, bisogna colpire una pallina di gomma e feltro delle dimensioni di un limone siciliano e buttarla al di là di una rete, alta circa 90 cm. in modo che l’avversario, che si trova dall’altra parte armato delle stesse intenzioni, non arrivi a prenderla e a ributtarla dall’altra parte.
Il campo, un rettangolo di m. 10x24 circa, non è immenso come un campo di calcio, ha più o meno le dimensioni richieste da altri sport come la pallavolo o il basket solo che, a correre da una parte all’altra in cerca della maledetta pallina, non si è in tanti ma ci si trova da soli (da cui la definizione di “singolare”) o tutt’al più in due, quando si gioca il “doppio”.
Questa caratteristica fa già capire come il tennis sia, per definizione, un cosiddetto “no-contact game” (non c’è contatto diretto con l’avversario) e soprattutto uno sport individuale, in cui la responsabilità di punti vincenti o di errori, di vittorie o di sconfitte, ricade del tutto e unicamente sullo sventurato giocatore.
Mi sono avvicinato al tennis tardi, avevo già 16 anni, mi pare, ma mi sono subito reso conto che la scelta di giocare a tennis, come tutte le scelte significative della mia vita, non era stata un caso, perché quella disciplina rispecchiava il mio animo nevrotico e sottilmente perverso.
La gratificazione principale era infatti, oltre alla soddisfazione aleatoria e di brevissima durata di vincere qualche partita, di permettermi di canalizzare sulla incolpevole pallina tutto l’aggressività omicida e violenta che altrimenti avrei scaricato sui miei familiari, i miei amici, pochi, anche loro giocatori di tennis o anche sui semplici conoscenti, che di tennis non sapevano nulla, poveretti.
Ormai appartenevo a questa categoria di sportivi problematici, destinati ad una vita d’inferno, ogni volta che entrano in un campo da tennis.
E’ una nevrosi particolare, che uno psicoanalista che gioca a tennis constata innanzitutto su di sé, in una sorta di autoanalisi a voce alta durante le fasi di gioco (ma perché non ti pieghi ? lo vedi che sei stupido ? non è possibile sbagliare sempre lo stesso colpo !) e che impara ad individuare facilmente nei suoi compagni di gioco.
E’ infatti evidente come le caratteristiche di personalità di chi gioca a tennis rispecchino ed esasperino quelle di base della persona; la nevrosi del tennista è costituita proprio dal tentativo di elaborare coattivamente quegli aspetti conflittuali, dilapidando una fortuna in lezioni con il maestro, nel tentativo di migliorare il proprio rovescio.
Al di là degli aspetti relazionali formali che caratterizzano il bon-ton tennistico, che riflettono in un certo senso la pulsione erotica descritta da Freud (“buon gioco” all'inizio, “scusa” per un colpo fortunato, “bravo, hai giocato bene” a fine partita), a me basta poco, una palla che va in rete, la sensazione che l’avversario abbia alterato volontariamente il punteggio, un colpo di vento durante il servizio, per scatenare in me la pulsione di morte, il cosiddetto “killer instinct” che lavora nella mia mente, lottando invano contro la frustrazione, con le fantasie più distruttive, spesso di penetrazione violenta, attraverso l’incolpevole pallina che, attraverso investimenti proiettivi mortiferi diventa un proiettile mortale (fantasia omicida) o una supposta al peperoncino (perversione sessuale violenta).
ROUTINE
La routine è sempre la stessa, prima il calzino sinistro, a cui segue lo scalda muscolo, poi quello destro con analogo scalda muscolo anche se di colore diverso (inizialmente mi dava fastidio non averne trovati due uguali ma poi è diventato un vezzo).
Ripeto ossessivamente gli stessi gesti, sapendo già che il completo che ho scelto per giocare oggi porta statisticamente più a vittorie che sconfitte, altri non c’è verso, anche se sono in stato di grazia portano jella. Si lo so bene che sono tratti ossessivi, a volte anche gravi ma non ci posso fare niente.
Non posso permettermi di perdere con Paolo, non oggi.
Il tennis crea dipendenza ? E’ una domanda retorica in quanto il tennis è uno di quegli sport, secondo forse solo al golf, che crea delle modifiche a livello della corteccia cerebrale e dei nuclei della base, pari alle sostanze di più largo uso.
Chi gioca sa che, tra i punti in comune tra sesso e tennis, c’è la frequenza che può andare da tutti i giorni (o più volte al giorno) per i casi più gravi, a due/tre volta alla settimana, nella stragrande maggioranza dei casi.
Con il sesso il tennis ha in comune quella tensione, chiaramente erotica, inizialmente silente dopo la sensazione di appagamento che dà una partita, che cresce gradualmente man mano che passano i giorni in cui non c’è la possibilità di riprendere la racchetta in mano.
Si crea dunque un misto di eccitazione e disagio, che si manifesta con maggiore irritabilità, inappetenza e sonno disturbato, particolarmente evidente a livello relazionale, che dura il tempo necessario per trovare un partner e fissare il campo e si esaurisce solo quando finalmente il nostro paziente rimette piede in spogliatoio e ricomincia il suo rituale ossessivo di vestizione.
A volte questo rituale finisce per costituire una drammatica alternativa ad una normale attività sessuale; come già detto il fatto che il tennis sia un no-contact game permette di evitare la questione relazionale implicita nel rapporto sessuale e quindi l’ansia da prestazione.
In più, una partita amatoriale dura un’ora, tempistica inarrivabile per la quasi totalità dei maschi in un rapporto sessuale normale e finalmente c’è un’equiparazione uomo-donna in quanto anche i maschi possono sperimentare l’orgasmo multiplo ogni volta che un passante o uno smash procurano il punto che fa vincere il game.
IL DRITTO E IL ROVESCIO NEL TENNIS E NELLA VITA
Oggi dovrò sfruttare al meglio il mio rovescio, è il mio colpo migliore, liftato, lungo sul rovescio dell’avversario; la palla non si alza, i vigliacchi dall’altra parte non hanno scampo, restano là inebetiti e commentano “non si è alzata” come se fosse un caso.
Nella vita di tutti i giorni, parliamo di “dritto” per definire qualcosa di positivo, che va nella “giusta” direzione (in Inglese “right” ha infatti ambedue i significati). “Rovescio” descrive invece qualcosa che va storto, un fallimento in genere, un tornare “indietro” (“back”) rispetto ad una prospettiva più ottimistica.
Nel tennis classico tutto questo aveva un senso; il rovescio è stato sempre considerato il colpo più difficile da imparare quindi tutta la strategia di gioco ruota intorno alla possibilità di giocare il dritto per poter cercare di ottenere il punto.
Da quando è stato inventato il “rovescio a due mani” il mondo tennistico è radicalmente cambiato.
La tecnica bimane infatti rende il rovescio pari ad un dritto giocato con l’altra mano, in più rinforzato dall’azione di tutte e due la mani. Il rovescio ha dunque acquisito una potenza ed una precisione tali da pareggiare e in molti casi sovrastare il privilegio del dritto.
Questo ha comportato nello paziente tennista medio una crisi di adattamento significativa.
Chi è stato impostato con una mano sola si è sentito emarginato e in molti casi deriso e bullizzato dai bimani. In particolare il paziente tennista impostato da bambino al rovescio con una mano, quando si trova alle soglie dell’adolescenza, circondato da coetanei bimani, va facilmente incontro ad una crisi di identità che lo porta a chiedersi se abbia ancora senso definirsi un tennista o se non sia giunto il momento di appendere la racchetta al chiodo.
IL CAMPO DA TENNIS E’ COME IL LETTINO
Eccoci in campo, cominciamo a palleggiare sotto rete come si fa a lezione, tanto per scaldarsi e prendere le misure con la pallina.
Ho scelto il campo di destra, la luce è leggermente migliore, la terra rossa meglio battuta, ha provato anche Paolo ad andare a destra ma l’ho preceduto facendo finta di niente come se fosse lo stesso per me. Anzi gli ho anche chiesto angelicamente “vuoi stare tu di qua ?”, a quel punto, se avesse detto sì, gli avrei scoperto il gioco e lui lo sa, infatti ha detto “figurati, è lo stesso”. Ipocrita.
Il campo da tennis è dunque un terreno ideale per cogliere i risvolti inconsci legati, ad esempio, alla paura degli spazi aperti, al piacere erotico del proprio sudore e alla disgustosa pulsione anale di asciugarselo con il polsino. E che dire dell’agito di dimenticarsi il punteggio come atto di un simbolico omicidio del fratello rivale o di chiamare “fuori” la palla dell’avversario anche quando è chiaramente “dentro” come rifiuto della competizione in ambito sessuale e il diniego allucinatorio della penetrazione ormai compiuta ?
Ecco dunque che il campo da tennis acquista un significato esibizionistico e voyeristico per i pazienti tennisti che vanno spesso a rete e quindi si “espongono” ai colpi dell’avversario.
Il giocatore da fondo campo invece (il cosiddetto “pallettaro”) vive un’inconscio senso di scolpa derivante dal trauma di essere stato scoperto da un genitore nell’atto di masturbarsi, gesto che quindi continua a ripetere coattivamente rimandando in eterno la pallina da fondo campo senza mai azzardarsi a “farsi vedere” oltre la metà campo. In altri casi il gioco da fondo campo riveste le caratteristiche del sadismo anale che, nel caso di giocatrici di orientamento sessuale femminile, rivestirebbe anche un chiaro carattere di “vagina dentata”.
Una variabile più complessa su cui non mi soffermerò, è quella del doppio, maschile, femminile o misto, in cui il campo deve essere gestito da due giocatori per lato, secondo modalità che ricordano molto da vicino le relazioni di coppia.
Le coppie che funzionano meglio hanno evidenti caratteristiche omosessuali nella continua ricerca del complimento anche di fronte ad errori grossolani e nel contatto fisico, spesso con le mani, altre volte con pacche più significative sulle spalle o sul sedere.
Laddove vi sia un aspetto omofobico di fondo invece assistiamo a scontri spesso violenti tra chi pensa di avere capito tutto sulla strategia di gioco e quello che sbaglia di più; è una dinamica spesso con caratteristiche sado-masochistiche in cui volano parole grosse (non hai capito niente, dovevi tornare indietro; ma cosa fai ? perché non vieni avanti ?) fino alla rottura (basta, con te non gioco mai più).
Il doppio misto è il valzer dell’ipocrisia più totale dove il maschio fa finta di fare il galantuomo finché è in vantaggio, ma quando è in difficoltà tira bordate ad alzo zero sull’avversaria più debole, senza chiedere scusa. Coppie miste affiatate non esistono, ho visto matrimoni naufragare e nascere storie di sesso a bordo campo, con esiti fallimentari sia sul gioco che nella vita di coppia.
LA SCONFITTA E L’EIACULAZIONE PRECOCE
A partita iniziata mi rendo conto che Paolo oggi mi darà del filo da torcere, l’ho breakato subito ma il bastardo mi immediatamente controbreakato e quindi adesso c’è il rischio che mi venga il “braccino”, se comincio sbagliare troppo. Maledetto cialtrone, perché mi fai fare tutta questa fatica ? All’ingresso del mio circolo di tennis è scritta la famosa frase di Kipling sul significato della vittoria e della sconfitta, i due grandi impostori ecc. ecc. Nella realtà al paziente tennista non piace perdere…mai ! Nella disgraziata ipotesi che questo accada c’è sempre un motivo che giustifica l’inconcepibile defaillance: dalla visibilità (“avevo il sole contro”; “in questi palloni non si vede niente”), alla temperatura (“con questo caldo non riesco a giocare”; “l’umidità mi fa scivolare la racchetta dalle mani”), alle condizioni fisiche (“scusa, stanotte non ho dormito per niente”; “ho una sciatalgia che mi perseguita”; “questo gomito non mi dà pace”; “scusa se non ho corso tanto ma ho il ginocchio che mi fa male, domani vado a fare una risonanza”).
Non c’è spazio per un’autocritica che finirebbe per ammettere di non essere riusciti nell’intento di prevalere, di imporre la propria esuberanza fisica e sessuale sul più dotato avversario, un’inaccettabile ammissione di impotenza che ha bisogno di una immediata controprova (domani rivincita ?) spesso contro un altro avversario, notoriamente più debole con cui riparare la ferita narcisistica e ricostituire l’autostima crollata sotto i livelli di guardia.
LA RACCHETTA COME SIMBOLO FALLICO
Ammetto di non essere un campione di fair play quando gioco a tennis, sport che per me è una necessità terapeutica contro lo stress. Urlo come un animale ferito, impreco nella maniera più volgare risparmiando solo i santi che cerco di tenermi buoni perché mi serve chiedere il loro aiuto nei momenti di difficoltà. Quando proprio il destino si accanisce contro di me lancio la racchetta. Sì, sono uno di quelli che fa questa cosa terribile, in passato ne ho rotte anche tante perché oltre a lanciarle le sbattevo per terra, poi sono rinsavito, parzialmente.
Verrebbe da pensare che la racchetta, per le sue caratteristiche, rappresenti simbolicamente il solito fallo maschile esibito in erezione costante.
In questo caso la scelta riguardante la tensione delle corde, il peso della racchetta, il materiale con cui è fatta descrivono il tipo tennistico con cui abbiamo a che fare e il suo bisogno, più o meno marcato, di far vedere quanto ce l’ha duro.
Me nel caso delle pazienti tenniste di sesso femminile ?
In questo caso, a differenza del golf in cui l’attrezzo ha le caratteristiche simboliche solo dell’organo sessuale maschile, la racchetta ha nella sua parte finale una chiara simbologia femminile nel piatto corde, che accoglie la pallina come un utero accogliente ed elastico, per rimandarla, non solo in modo rude e aggressivo ma anche in modo morbido (rovescio in slice), languido (la palla corta) o accattivante (il lob) dando l’idea non di un addio definitivo ma di un possibile ritorno e di una disponibilità ad esserci ancora al prossimo appuntamento.
Il DISTURBO PARANOIDE DEL TENNISTA
Ce l’ho fatta, l’ho breakato un’altra volta, se tengo duro, riesco a vincere il set e per Paolo non c’è più scampo. Serve ancora un po’ di concentrazione, devo solo buttare la pallina di là e far sbagliare lui, adesso è lui che ha il braccino ma non devo fidarmi troppo, Paolo è furbo, non lo devo sottovalutare.
Il paranoico vede trucchi dell’avversario ad ogni colpo, non si fida mai se l’altro chiama la palla fuori e pretende sempre di controllare il segno anche se si gioca su campi in cemento. Il paranoico ripete il punteggio dopo ogni scambio perché nessuno abbia dubbi e quando si avvicina la fine del set scandisce “set ball” o addirittura “match ball” cosa che scaramanticamente non si dovrebbe fare mai ma che per lui è indispensabile specificare per paura che l’avversario non sia convinto.
Un’altra patologia tipica dei giocatori di club, è il disturbo dell’umore di tipo bipolare, costituito da una marcata alternanza tra esaltazione e desiderio di annientamento a seconda che i propri colpi siano vincenti o finiscano miseramente in rete o fuori dal campo. Questi giocatori sono spesso soggetti a vere e proprie crisi di depersonalizzazione di fronte a vittorie impreviste o a sconfitte senza appello (6-0, 6-0).
LO SPORT DEL DIAVOLO
Ho vinto ! L’ultima palla corta gli è stata fatale, Paolo si è ritrovato spiazzato e non ha neanche provato a ribattere la pallina. E’ fatta ! La domenica è salva.
Esiste una terapia efficace per guarire dalla nevrosi tennistica ? Probabilmente no, ho provato a giocare a golf, ma credo che non dia tante speranze di funzionare nella disassuefazione, perché ne stabilisce una ancora più grave in cui gli aspetti simbolici riguardo la perversione sessuale (mettere la pallina in una buca) si arricchiscono dell’uso di una mazza di chiaro significato fallico, che della racchetta conserva solo la funzione aggressiva.
La psicoanalisi sicuramente resta il rimedio migliore ma Freud ci ha messo in guardia contro le religioni e qui c’è di mezzo il diavolo.
Ho provato anche il famigerato padel e proverò l’ormai prossimo pickleball, ma credo che rappresentino, almeno per me, l’accettazione del fallimento del tentativo di superare la nevrosi tennistica, accettando la castrazione e quindi finché ho le forze di giocare a tennis continuerò.
Mentre faccio la doccia penso che forse sulle racchette e sulle palline dovrebbero cominciare a scrivere la stesse frasi che sono sui pacchetti di sigarette:”il tennis fa male, gioca con moderazione”, “vuoi veramente una protesi all’anca a quarant’anni ? Allora non giocare più” “il tennis provoca crisi di nervi, pensa alla salute” e così via.
Mi rivesto ed uscendo saluto Paolo che fa una battuta pensando alla prossima rivincita.
Illuso. Assaporo il mio trionfo pensando alle tagliatelle che mi aspettano a tavola.